ESSERE BAMBINI NELL’ERA DIGITALE: È DAVVERO NECESSARIO PROTEGGERLI?

Recentemente è stato pubblicato uno studio del Max Planck Institute, su 64 soggetti adulti maschi (considerati con più di 4 ore a settimana, “forti consumatori di pornografia”) (Kühn, S. & Gallinat, J.; 2014). Attraverso il monitoraggio con risonanza magnetica, i ricercatori hanno osservato che il volume della materia grigia nel nucleo caudato destro dello striato è più piccolo in coloro che fanno un uso eccessivo di video pornografici.

Risultati come questi in maschi adulti ci pongono davanti a una domanda più che lecita:
se in cervelli già formati e subordinati a un livello di evoluzione minore, la visione di contenuti pornografici ha comunque un effetto neurologico (riducendone la materia grigia), che impatto fisiologico potrebbe avere una visione, sebbene meno costante, volontaria o involontaria, di materiale inappropriato sui cervelli di giovani soggetti?

I dati ISTAT (ISTAT, 2013) parlano chiaro: oltre la metà dei bambini aventi almeno 3 anni di età (54,3%) ha l’accesso a un computer e lo utilizza, mentre il 54,8% dei bambini dai 6 anni in su naviga su internet (questi dati hanno un andamento in forte crescita).  Una foto, un banner sessualmente esplicito o addirittura (nei casi estremi) un video soft-porn, possono incidere profondamente nel circuito cerebrale di un bambino.

 

Reisman (2003), famosa ricercatrice nel campo della sessualità, afferma infatti che la visione di un contenuto inappropriato, che determinerebbe quindi una forte reazione emotiva, modificherebbe i livelli cognitivi dell’emisfero sinistro. Più piccolo sarà il soggetto sottoposto a queste immagini, meno possiederà gli strumenti per poter capire ciò che vede, e quindi si troverà ad assorbirlo suo malgrado.
Un segnale sensoriale derivante dalla vista o dall’udito, infatti, trova una risposta nell’organismo attraverso l’attivazione dell’amigdala, senza che la neocorteccia, ossia la nostra parte più razionale e cognitiva, venga coinvolta (Goleman, 1997).

Una caratteristica fondamentale del sistema neuronale che influisce sulla nostra vita e che permette un diretto collegamento tra neuroscienza e psicoanalisi, è il fatto che le connessioni tra i neuroni vengono modificate (strutturalmente e funzionalmente) in modo permanente o semipermanente dall’esperienza che il soggetto vive. Il cervello infantile elabora in maniera differente lo stress e il trauma: il bambino è portato a dare risposte emotive  e “di pancia” a stimoli paurosi o di confusione. Per di più, trovarsi in tenera età svolge un ruolo decisivo: in tal caso infatti non è necessario che un’esperienza sia particolarmente intensa per esser traumatica e perturbante (Tagliavini, 2011). Questo perché il sistema nervoso non è ancora completamente sviluppato e quindi “eventi ‘meno traumatici’ agiranno comunque in “modo traumatizzante”.


I bambini dovendo quindi affidare ad una parte più emotiva l’elaborazione degli input esterni, sono soggetti a una sedimentazione del ricordo dell’esperienza immediata e diretta verso un magazzino mnemonico che li potrebbe condizionare anche negli anni futuri e che getta le basi per la loro personale visione del mondo.
Ciò che segue è abbastanza intuitivo: se la rappresentazione della sessualità viene presentata cruda, volgare e priva di qualsivoglia connotazione emotiva-sentimentale, per questo piccolo soggetto saranno queste le connotazioni di una normale ed accettabile sessualità.         

Non avere gli strumenti per poter decodificare correttamente un’immagine o per poterla collocare nella giusta cornice di riferimento, rende il suddetto stimolo (specialmente se di contenuto a forte impatto, come nel caso della pornografia) pericoloso e potenzialmente dannoso, come si era ipotizzato all’inizio, anche perché si situerebbe lontano da qualsivoglia sua esperienza passata: per questo risulta quindi importante prendere le dovute precauzioni affinché determinate immagini non si vadano a sedimentare nella memoria dei nostri piccoli.   

         
Sottoponendo quindi un bambino a condizioni di stress cronico, la conseguenza sarà uno sviluppo eccessivo delle regioni del cervello coinvolte nelle risposte di ansia e di paura (amigdala) e simultaneamente si avrà un sottosviluppo delle connessioni neurali inerenti ad altre regioni cerebrali (Schore, 1998; Bremner & Narayan, 1998; Perry, 1999; Teicher, 2002).         
Se dovessimo pensare al cervello, potremmo farlo immaginandocelo diviso in 3 parti (MacLean, 1977) : cervello rettiliano (che include biologicamente il tronco dell’encefalo), cervello limbico (sistema limbico) e Neocervello (neocorteccia). La parte che quindi avrebbe maggiore sviluppo sarebbe proprio la più primitiva: il cervello rettiliano. La probabile  conseguenza di questo sovrasviluppo sarebbe l’accentuarsi delle sue caratteristiche ossia pensieri e comportamenti arcaici, freddi, che comprendono gli stati molto poveri in termini di consapevolezza e di essere.

Internet è ormai diventato parte delle nostre vite così come spesso, è diventato parte del modo in cui educhiamo le nuove generazioni e il modo in cui esse si divertono. È indubbio l’apporto positivo che ha aggiunto, ma la sua (quasi) completa incontrollabilità rende questo mondo un coacerva di possibili rischi: la consapevolezza di ciò, non deve comportare una sua demonizzazione, ma piuttosto deve farci da lanterna  nel cammino di attenzione e salva-guardia che naturalmente si intraprende quando si accompagna un bambino nella sua crescita.
Quando non basta la censura e il blocco di determinati siti web o di alcuni canali televisivi, potrebbe esser essenziale l’introduzione di manovre non tanto preventive, quanto di contenimento.     
L’educazione alla sessualità, se non quella all’affettività, devono essere considerate un diritto per i nostri bambini: siamo noi, figure di riferimento, a dover dare loro la bussola  che li aiuterà a navigare tra le tante e diverse correnti che incontreranno.      

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